Legittimare la soddisfazione dei bisogni, altri dalla cura del figlio

Questi ultimi giorni ho avuto la fortuna di prendere parte ad una formazione con un professionista straordinario.
Richard G. Erskine, psicoterapeuta clinico di grande esperienza e didatta capace di fare presa non solo nella mente ma anche nel cuore.
Un lavoro didattico di tre giorni sull’arte della psicoterapia con uno sguardo prezioso sulla presenza fisica ed emotiva del terapeuta, trattata con tutta quella verità che, in quanto essere umano, deve mettere in gioco nel comprendere quanto anche la relazione terapeuta-cliente si nutra dell’espressione di bisogni relazionali, in primis quelli del cliente ma di cui il terapeuta stesso sarà inevitabilmente protagonista, che impatta su di essi e che sarà impattato da essi.

 

I bisogni relazionali.
Quelli che sicuramente sviluppiamo nell’infanzia (ma chissà, forse, ancor prima nel fluttuante mondo prepsichico fetale) ma che è fondamentale non attribuire solo a quel tempo infantile, all’Essere Bambino o Bambina.
I bisogni relazionali.
Sono bisogni che si presentano per tutta la nostra esistenza umana e, lungo tutto il nostro ciclo di vita, costituiscono le componenti effettive all’interno di ogni relazione, in ogni giorno della nostra vita.
Ogni bisogno può divenire consapevolezza o viaggiare, come sfondo, nell’attesa di essere ascoltato, nominato e legittimato.
Spesso è proprio nell’assenza di soddisfazione del bisogno che un individuo ne diventa consapevole.
Scopre di aver bisogno.
Scopre la presenza dei propri bisogni relazionali.
E quando i bisogni relazionali non sono soddisfatti, essi diventano più intensi, diventano desideri da soddisfare per poi pian piano, nel prosieguo della loro insoddisfazione, diventare senso di vuoto, solitudine e impulsi associati al nervosismo e, sempre più del rimanere inascoltati, verso la rabbia.
Ascolto Erskine, sono attentissima al significato del suo pensiero.
Ascolto Erskine, e dopo un attimo la mente vola al mondo perinatale.
Impossibile non riportare questo discorso a ciò che credo possa caratterizzare profondamente la relazione con un neonato.
Mi chiedo se siamo in grado di accettare e dare valore al fatto che una persona possa avere altri bisogni relazionali, oltre a quella relazione che la vede costantemente coinvolta nell’assumere il ruolo genitoriale (sia esso materno che paterno)?

Mi chiedo quanto, culturalmente, siamo pronti a legittimare la soddisfazione di quei bisogni, altri dalla cura del figlio, condividendo il fatto che “Sì, ho altri bisogni relazionali oltre a mio figlio e ho bisogno di soddisfarli altrimenti mi sento vuot*, nervos*, aggressiv* ” ?
Siamo capaci di vedere che senza la soddisfazione di quei bisogni ci si può sentire abbandonat* e sol*, qualsiasi sia il desiderio o la storia che ha condotto a una gravidanza e poi ad un figlio/a tra le braccia?
O, forse, proprio per tutta la nostra storia che ha preceduto quella scelta e quel momento…
E ancora, come pubblico silente di questa presa di consapevolezza, quanto siamo disposti a legittimare questa soddisfazione di bisogni (altri e alti) tanto nella madre quanto nel padre, oltre le false retoriche e luoghi comuni della “specialità del rapporto”?

Intanto cerco le mie risposte.
E mentre faccio un passo in più nell’analisi del mondo perinatale, ringrazio il Prof. Erskine così profondo, così impattante.

 

 

Vi ricordiamo inoltre la CAMPAGNA DI Crowdfunding attiva per sostenere il progetto di ricerca, approfondimento e informazione del Perinatal Web Doc al link https://buonacausa.org/cause/perinatal-web-doc (dove sono specificati tutti gli aspetti dell’iniziativa e i diversi pacchetti di scambio!! Andate a curiosare!!)

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Credits:

Immagini: Immagine centrale tratta dal progetto Chiaroscuri nella Maternità (G. Congia, 2012); Immagine di Richard G. Erskine tratta dal web (disponibilità ad aggiungere nome autore se segnalata)

Testi: “Sintonizzazione e coinvolgimento: risposte terapeutiche ai bisogni relazionali” di R. Erskine in L’arte della Psicoterapia a cura di C. De Nitto (2006)